Si è appena conclusa l’ottava edizione dell’Edera Film Festival, alla quale ho partecipato per la prima volta in veste di spettatore e membro della giuria popolare. Premetto: non sono uno studente di cinema, ed oltre alla passione personale che coltivo per le storie raccontate da una cinepresa, non mi posso sicuramente definire un “addetto ai lavori”. Mi sento più un forestiero: uno spettatore che ha finalmente avuto l’occasione di varcare la soglia di quel mondo che aveva sempre e soltanto conosciuto attraverso uno schermo, dalla penombra di una sala o dal divano di casa.
Ovviamente, come ogni neofita, ho dovuto inizialmente fare i conti con aspettative e preoccupazioni: pensavo di dovermi interfacciare con un ambiente austero, potenzialmente impostato, e non riuscivo ad immaginarmi se non come un pesce fuor d’acqua in un mare di professionisti del settore. Invece, e questa penso sia la cosa più importante che ho tratto dai tre giorni del festival, all’Edera mi sono sentito a casa.
L’atmosfera che ho respirato varcando le soglie delle porte in vetro, salendo le scalette verso il rinfresco, sedendo sulle poltroncine rosse di fronte al bar, è stata quella di un luogo pensato e vissuto a misura d’uomo. E l’intera permanenza al festival non ha fatto altro che confermare questa sensazione: tutti erano rilassati, aperti verso il prossimo, disponibili a fare due chiacchiere e discutere di quello che insieme avevamo appena visto in sala. Dagli spettatori ai giurati, per arrivare ai registi e agli organizzatori, si percepiva che eravamo là unicamente per un motivo: goderci il cinema come strumento di condivisione, nella sua forma più pura e semplice.
Ho assistito a tutti e sei i lungometraggi in concorso: ogni volta sono uscito dalla sala a bocca aperta, attonito. Sono consapevole di non avere gli strumenti per poter giudicare criticamente un film con la piena cognizione di causa, eppure ogni visione mi ha colpito in maniera diversa e significativa. Per tre giorni ho vissuto vite completamente opposte alla mia, ho dormito in case che non avrei saputo riconoscere, sono entrato in contatto con persone straordinarie.
“Femmenell” (di Andrea Fortis) mi ha fatto ballare, danzare e cantare insieme alle sacerdotesse di Cibele, ai femminielli che riempiono di amore e di vita i quartieri popolari di una Napoli che sopravvive al tempo grazie alle sue antiche e folkloristiche tradizioni.
Con “Yalla Parkour” (di Areeb Zuaiter) ho saltato e giocato, insieme a tanti altri ragazzi come me, tra le macerie di una Gaza sospesa negli ultimi istanti prima dell’apocalisse; ho capito il valore di un biglietto di sola andata per un futuro migliore, e cosa significhi perdere una parte di sé nella consapevolezza di non poter mai più fare ritorno.
“Figlio di Giano” (di Luigi Grispello), invece, mi ha permesso di diventare anch’io, per un giorno, Mr. Ok: l’idolo romano che il primo gennaio si tuffa da Ponte Cavour per sancire il trionfo umano sull’ineluttabile scorrere del tempo. Sulla mia pelle ho sperimentato come il “modesto contributo di una persona qualunque” possa trasformare un uomo riservato in un eroe dell’epica latina.
C’è poi Loris G. Nese, regista e protagonista di “Una cosa vicina” (che avevo avuto l’onore di apprezzare all’Edera già ad aprile); nel conoscerlo ho percepito il dolore di un’infanzia senza radici, la frustrazione di un amore spezzato anzitempo, il peso di un’oscura eredità con cui dover convivere, il vuoto di un’identità frammentata da mille domande irrisolte.
“Tienimi Presente” (di Alberto Palmiero) mi ha invece lasciato con delle domande: “Quando la festa finisce, che ci rimane?” Come rialzarsi dopo aver visto i nostri sogni naufragare? È ancora possibile credere in un mondo dove un giovane possa avere la libertà di diventare chi vuole, facendo ciò che gli piace, senza dover continuamente abbassare la testa e farsi andare bene le cose?
Infine, “Il primo figlio” (di Mara Fondacaro) mi ha fatto provare sulla pelle il peso dell’angoscia per una gravidanza; nelle stanze di casa ho intravisto fluttuare i fantasmi del passato, i sensi di colpa per i rimpianti immutabili, e ho compreso quanto vita e morte siano legate da un filo inestricabile.

Ogni giorno, al termine delle proiezioni, uscivo di corsa dalla sala per intercettare il regista del film appena osservato. Sono riuscito a scambiare due parole con ognuno di loro e, anche se all’inizio ho sofferto un po’ l’imbarazzo per un rapporto che non pensavo potesse essere tra pari, mi sono reso conto che anche loro erano interessati a me, al mio parere riguardo la loro opera, al motivo che mi aveva spinto ad andare al cinema. Andrea mi ha raccontato di tutti i suoi anni di gavetta, dei suoi lavori come montatore e operatore di camera, dell’illuminante percorso di studio a Londra, fino al surreale viaggio in India per girare il primo film fantascientifico interamente in lingua Malayalam. Per poi parlarmi del fratello, che da anni vive a Napoli e gli ha fatto da guida per consentirgli di immergersi nel soggetto misterioso e affascinante rappresentato nel suo lungometraggio. Luigi mi ha reso partecipe della sua infanzia trascorsa tra pellicole e cineprese, dei sogni nati tra le mura del cinema di proprietà della famiglia; mi sono reso conto che per fare un bel film l’unica cosa che conta sono le persone: e la storia del giovane Luigi, che è riuscito a dare vita alla sua visione grazie ad un amico innamorato di fotografia e ad un altro appassionato di montaggio, ha confermato quello che già pensavo ma non osavo dichiarare a me stesso. Infine, al termine dell’ultima giornata di proiezioni, mi sono ritrovato fuori dalla sala con Alberto e Mara, a prendere una boccata d’aria dopo una serata particolarmente intensa. I due giovani registi si sono ritrovati all’Edera Film Festival, entrambi con il proprio lungometraggio, dopo sette anni trascorsi insieme a Roma studiando al Centro Sperimentale di Cinematografia. A malincuore hanno tratteggiato la Città Eterna come l’unico capoluogo italiano che riesce ancora a vantare una qualche rilevanza internazionale nel mondo del cinema: una città che a loro, però, inizia a stare stretta. Ci siamo lamentati insieme delle prospettive lavorative in un’Italia che sembra sempre più chiusa alle istanze giovanili, sia che si tratti di finanziamenti per un film horror che sfida la tradizione dei classici generi italiani di questi ultimi vent’anni, sia che si tratti del divario, in termini di opportunità, che separa le piccole province dalle grandi città.

Dopo aver visto film di ogni tipo, aver conosciuto persone straordinarie, essermi immerso in storie che porterò con me negli anni a venire, termino questa intensa esperienza all’Edera Film Festival rinnovato da una fondamentale consapevolezza: che il cinema è, e sarà sempre, per tutti. Che l’importante è non avere pregiudizi, e concedersi la libertà di lasciarsi cambiare dalle immagini.
Non conta conoscere a memoria ogni film di Béla Tarr, o andare al cinema solo ed esclusivamente per vedere i nuovi documentari sperimentali in lingua originale. Non è necessario vivere in nome e in funzione del cinema, o percepire dentro di sé la chiamata a rendere la propria passione un possibile lavoro.
Godersi un festival come quello dell’Edera non necessita di requisiti di alcun tipo. Anzi, penso che la settima arte sia quella che più di tutte è in grado di accogliere a braccia aperte chiunque, anche solo per un momento, si interessi a lei.
L’unica cosa che conta è aprire la mente, chiudere per un momento gli occhi, aspettare che si spengano le luci, e prepararsi a vivere con intensità ogni immagine. Perché la magia del cinema non sta soltanto nel portarci altrove, ma nel riconsegnarci al nostro mondo con occhi diversi.